"Creatività Vs Provocazione?"
In questo saggio, il critico d’arte Siro Perin riflette sulla complessa relazione tra creatività e provocazione nell’arte contemporanea, sottolineando l'importanza di un’espressione autentica e significativa. A seguire, l'articolo.
Negli intricati meandri dell’arte attuale, mai il senso profondo della dicotomia tra creatività e provocazione è stato così frainteso e soprattutto mal interpretato, sia dagli artisti, i quali trincerano il loro lavoro dietro un uso approssimativo dei significati delle due parole, sia dai critici, spesso faziosi, sia dal pubblico, stanco di tutto ciò che i mass-media propongono approfittando dell’indolenza di ciascuno di noi. Si è arrivati al punto in cui l’arte, per trovare una propria direzione, o si rifugia nel languido passato oppure si proietta in pindariche ricerche dagli appariscenti tratti fanta-futuribili.
Capita infatti di vedere maestri di scuole di pittura, in istituzioni pubbliche o private, essere seguiti da torme di allievi nonostante la loro incapacità di disegnare e dipingere, oppure di ascoltare vacui strilloni e mestieranti di vuote sobillazioni creare mediocri scandali perché avvolti dalla fama e dal successo, soprattutto televisivo, o perché pompati da effimeri mercati.
Noi siamo convinti, ribadendo posizioni già sostenute in passato anche da altri, che questo malsano stato delle cose sia originato dalla diffusa convinzione che per ottenere successo in ambito artistico basti solamente frequentare determinati circoli e/o circuiti e gridare col megafono più forte degli altri, prescindendo da ciò che si dice. Consapevoli delle critiche che potrebbero arrivarci, rivendichiamo sì che l’arte deve essere libera da costrizioni sociali e poliedrica nelle sue espressioni, ma soprattutto che essa non possa esimersi dall’essere credibile, cioè da ritenersi vera, e dall’essere credenziale, ovvero certificabile sul piano della genuinità sia dell’artista sia dell’opera. Riteniamo perciò che l’unico viatico per concretizzare tali qualità sia il connubio tra creatività e provocazione: esse devono ricongiungersi all’interno del fare dell’artista e l’eventuale prevalere dell’una o dell’altra deve avvenire in un rapporto ragionato e bilanciato derivante dall’intenzionale consapevolezza dell’artista stesso. E per avere la conferma di quanto detto basta ripercorrere a ritroso la storia dell’arte e soffermarsi non solo sui grandi artisti ma anche su quelli minori.
Da tali considerazioni, emerge la necessità di ripristinare con forza il legame fondamentale che unisce una sana creatività a una vera provocazione. Attraverso l'applicazione corretta di questa relazione sensibile, che lega la capacità intellettiva a un’azione sincera, è quindi possibile concepire una modalità di analisi dell’arte contemporanea e degli artisti d’oggi in grado di implementare una valutazione che prescinda dagli influssi della notorietà più o meno pubblicitaria, senza cadere nell’ormai obsoleto incasellamento degli “ismi” o dei rimandi stilistici.
La parola creatività, senza perderci in etimologie lontane, deriva dal verbo latino “creo” che significa “colui che fa” e, nel corso della storia, essa ha sempre affascinato artisti, filosofi e scienziati, a cominciare dagli antichi greci, che la sostanziarono con il concetto di capacità poetica.
Ma cosa è la creatività? Seguendo anche la definizione di H. Poincaré, essa è la capacità di concepire, in relazione al tempo in cui si vive, un qualcosa di nuovo da elementi già esistenti, superando così il preesistente, e che sia utile, cioè in grado di relazionarsi alla società stabilendo con quest’ultima relazioni culturali, di gusto e di giudizi. Continuando, si può affermare che l’origine di tale novità non sempre, anzi quasi mai, nasce dal caso o dal nulla, ma è bensì il frutto di un creatore intellettualmente curioso, intuitivo, capace di osservare, insoddisfatto del presente in cui vive e perciò necessariamente volto all’evoluzione, disciplinato e competente nel lavoro perché in grado di avvalersi in piena libertà sia dei mezzi sia dei materiali. In tal senso, la creatività si distacca dal mero fare, che potremmo definire lavorare su qualcosa di già esistente e chiamare neologisticamente “Cis-formazione”, per divenire atto inventivo ovvero di trasformazione, capace di originare una cosa che prima non esisteva. E le novità, soprattutto se non comprese ed apprezzate, per definizione scardinano le abitudini quotidiane e consolidate causando reazioni anche sconsiderate. Tale procedimento altro non è che una provocazione, ovvero, come indica il significato della parola, “chiamare in avanti, fuori” dal quotidiano e perciò in grado di superare l’esistente. Essa perciò ha senso solo se è vera, cioè quando non è una banale scatola vuota o un momentaneo flash amplificato dai mass-media (esempio “basta che se ne parli”), solo se è utile, cioè quando i suoi effetti hanno valore di riflessione e di crescita intellettuale e morale e non sconfinano in ambito giudiziale, e solo se porta giovamento. La provocazione è dunque una causazione per contrasto, paradosso o polemica, non diretta a scardinare i paletti fissati dalla società, ma tesa a generare effetti tendenzialmente innovativi e soprattutto positivi, capaci di far sì che sia la società stessa a spostare in avanti tali paletti. Da questi propositi emergono alcuni obblighi deontologici ai quali l’artista non può più sottrarsi, che lo portano ad abbandonare il pressapochismo. Prima di tutto egli deve essere: onesto con se stesso, cioè che non si auto-illuda di provocare veramente quando in realtà sta compiendo un’operazione di mero marketing pubblicitario o eclatanti barocchismi comunicativi; serio, cioè conscio del livello di gravità delle sue azioni; professionale, cioè che, dopo un’attenta analisi del contingente, abbia creato un circostanziato progetto per attuare una provocazione che generi uno scarto, perlomeno culturale, e abbia un fine concreto; competente nei mezzi e nei materiali; costante e scrupoloso, perché capace di periziare il proprio lavoro; originale, cioè lontano dalla sterile ed abitudinaria ripetitività; soprattutto responsabile, in quanto consapevole delle conseguenze dei propri comportamenti e del modo di agire che ne deriva.
Dunque, solo se l’artista è capace di creare prodotti di cultura tali da far scaturire reazioni di gusto, esperienza e giudizi nelle persone, ha colto nel segno. Oltre a ciò, egli ha anche fatto una provocazione portando spiritualmente avanti l’umanità. E questo a prescindere dal fatto che gli scopi che si è prefisso siano semplici e comprensibili oppure astrusi, eccessivi, dirompenti e disturbanti, tanto da stordire i fruitori, ancorati ai soli canoni estetici comuni, infastidendoli sul piano emozionale a causa dell’apparente cattivo gusto.
Seguendo tali parametri, anche se difficoltosi, si può ritenere che gli artisti siano in grado di produrre, come molti storici negli anni passati hanno affermato, un’arte necessaria per l’uomo perché dotata di uno scopo sensibile, a prescindere dalle apparizioni pubblicitarie, dal mondo delle gallerie fasulle e da altre pastoie contemporanee.
Siro Perin