Roj Moniego Marceau è un artista contemporaneo difficile da classificare. Si definisce un “anarchico democratico”, e questa definizione racconta bene il suo modo di stare nel mondo e nell’arte: libero, viscerale, ma sempre cosciente di ciò che comunica. La sua produzione nasce da un’urgenza interiore, non da un progetto. Dipinge quando sente il bisogno di farlo, anche all’alba o nel cuore della notte, seguendo un impulso profondo, non un piano.
Utilizza qualsiasi superficie: cartone, teli gommati, tavole, tele, materiali recuperati. Nulla è escluso, tutto può diventare opera. L’approccio è diretto, materico, a volte feroce. Le sue opere non cercano armonia, ma verità. Dentro c’è critica sociale, denuncia, disagio, ma anche poesia e ricerca. L’arte per lui non è una decorazione, ma un linguaggio urgente.
Roj è un artista aperto al confronto, curioso, appassionato di poesia, letteratura e storia dell’arte. I suoi riferimenti affondano nelle radici del neo-espressionismo, con richiami a Basquiat, Schnabel, Kiefer, De Kooning, Cucchi. Figure che, come lui, hanno trasformato la pittura in un atto di rottura.
Le sue opere non consolano, non accarezzano. Graffiano. Mettono in crisi. Non chiedono permesso per entrare. E quando lo fanno, ti costringono a guardare altrove. Anche dentro.